La storia di Federica arriva da lontano e serpeggia tra le strade, un taxi bianco, un granchio e Pirandello.
È la storia di una scoperta: di se stessa e di quanto importanti siano le mani, gli occhi, le parole.
Le parole, che dapprima escono dalla bocca come i rimbalzi di una “palla matta”, un po’ inciampando, un po’ timorose, un giorno se ne vanno, portate via dallo stesso granchio che s’è preso il suo zio-papà. Senza parole Federica scopre che quel che non dicono le labbra, lo possono dire le sue mani, che diventano una sorta di maschera, di protezione, che le permettono di lasciare se stessa dietro se stessa, non in prima fila: le mani davanti a quelle parole bizzarre.
Una sfida è vincere la paura ed il teatro è un bel gioco da fare, perché -restando te stessa- puoi sempre apparire un’altra: un personaggio davanti a te, come le mani, a proteggerti. A teatro Federica può essere goffa, può balbettare, può fare tutto, perché niente è un problema, come nella vita, dove ognuno di noi è una maschera, dove ognuno di noi è libero di essere più maschere e quelle che eran catene diventano le rotaie di un treno che può andare lontano.
“Il teatro mi rende libera”, mi dice Federica con il volto addobbato di un bellissimo sorriso.
Dal teatro, con le mani, alla fotografia di scena Federica trova il modo di far uscire il suo essere più intimo. Senza avere paura. E si sente libera.
Essere liberi significa non avere paura e Federica ha iniziato a ballare sulle note di un pifferaio magico, che ancora oggi le è accanto, e con le sue note l’ha aiutata ad uscire dal silenzio … ed è libera di raccontarmelo cercando, ritrovando e addomesticando le parole per una bellissima ora, che vorrei non finisse mai.

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